LA FAMIGLIA , GLI STUDI, 

LA CARRIERA MILITARE

 

Andrea Bafile nasce a Monticchio (Bagno - L’Aquila) il 7 ottobre 1878, dal medico Vincenzo Bafile (1847-1923) e da Maddalena Tedeschini-D'Annibale (1857-1927).

 

E' primogenito di dodici figli, nove maschi e tre femmine :  Andrea, Enrico (1880-1961, magistrato), Ubaldo (1882-1968, avvocato, professore di lingua tedesca, Presidente della Provincia dell'Aquila dal 1929 al 1937), Pia (1884-1952), Umberto (1886-1930, notaio), Claudio (1888-1894), Giorgio (1890-1971, ingegnere e professore), Carlo (1892-1911, morto durante gli studi liceali), Bianca (1894-1964), Mario (1899-1970, ingegnere, progettista della funivia del Gran Sasso),  Eugenia (1901-1902) e Corrado (1903, procuratore legale e successivamente ecclesiastico, dal 1976 cardinale).

 

Cortile della casa nativa  e targa sulla facciata della casa di Andrea Bafile a Monticchio


 

 

 

 

 

Iscritto nel 1892 alla Regia Scuola Tecnica Principe di Napoli dell'Aquila, conduce studi regolari con ottimo profitto, pur risultando assente un intero bimestre per motivi di salute.

A diciotto anni, nel 1896, consegue la licenza presso il Regio Istituto Tecnico Ottavio Colecchi dell'Aquila (sezione Fisico-Matematica).

  

 

 

Avendo manifestato la volontà di iscriversi all’Accademia Navale di Livorno, la madre gli regalò come portafortuna una medaglietta d’oro raffigurante la Beata Vergine Maria, regina del Rosario, venerata nel santuario di Pompei.

 

 

Dopo aver terminato gli studi secondari, nel settembre 1896 Andrea Bafile iniziò la sua carriera militare superando il concorso per l’ammissione alla Reale Accademia Navale di Livorno, che iniziò a frequentare da novembre.

Compiuto il corso, il 21 dicembre 1899 fu nominato guardiamarina e agli inizi del 1900 iniziò ventiduenne il servizio effettivo di ufficiale.

Promosso sottotenente di vascello il 6 aprile 1902, dopo numerosi imbarchi divenne tenente di vascello l’8 settembre 1907.

Salvo due brevi interruzioni, trascorse imbarcato la maggior parte dei quattro anni successivi, periodo del quale abbiamo rinvenuto alcune interessanti testimonianze.

Tra il 1908 e il 1910 Andrea Bafile compì una crociera nell'Oceano Indiano. Il 15 dicembre1908 scriveva a casa dalla torpediniera Elba, già impegnata in Cina nel 1900 e ora ancorata ad Aden : "Carissima Madre, la settimana scorsa abbiamo avuti due arrivi di posta, uno con un piroscafo tedesco e l’altro col solito inglese, settimanale; io non ho avuto lettere, nè con l’uno nè con l’altro. Vi pregherei perciò di farmi sapere di tanto i tanto almeno che state tutti bene. Ho però avuto una scatola artisticamente dipinta da Carlo Nanni e piena di eccellenti confetti nuziali. La partenza per Mogadiscio che era stata fissata pel 20, sarà forse ritardata di qualche giorno; in ogni modo preparatevi a stare senza mie notizie per un paio di settimane, poichè tanto durerà il viaggio di andata e ritorno. Sui Fogli venuti dall’Italia leggo articoli molto acri contro l’Austria, nonché comizi, chiassi, discorsi e disordini antiaustriaci e per quanto ammiri questo slancio patriottico (che avrebbe potuto manifestarsi in forma più seria) credo che si tratti come al solito di un fuoco di paglia. Arrivederci. Vi scriverò più a lungo non appena avrò qualche cosa da raccontarvi. Abbiatevi con gli zii, parenti ed amici i migliori auguri per Natale e un abbraccio dal vostro affettuoso Andrea."

Il 10 marzo 1910 scriveva, sempre da Aden, una cartolina ai familiari, semplicemente con Un abbraccio Andrea.

Prima dello scoppio della guerra di Libia, Bafile ricevette anche un'onorificenza conferitagli dal Sultano di Turchia.

A cavallo degli anni 1911-1912 Andrea Bafile operò presso il Reale Arsenale di Venezia dirigendo l’armamento della Reale Nave Quarto, il più bello "esploratore" italiano. Uomo semplice e austero, dal volto fiero e gli occhi chiari, di poche misurate parole, rigidamente ligio alla disciplina, Andrea Bafile svolgeva i suoi compiti con animo calmo e infaticabile. In questo periodo dimostrò il suo talento non solo nel campo militare, ma anche nelle attività progettistiche, coltivando gli studi relativi all’artiglieria navale ed ideando la costruzione di uno strumento per la punteria (congegni di mira) dei grandi cannoni che gli valse un pubblico encomio da parte del Ministero della Marina (9 luglio 1913).

Nel frattempo, il 23 aprile 1913, mentre si trovava a bordo della Quarto, dimostrò tutto il suo coraggio affrontando un incendio sprigionatosi dal deposito di carburante ed isolando tempestivamente dalle fiamme i depositi degli esplosivi della Santabarbara.

Pochi mesi dopo, con decreto del 27 luglio 1913, il Re d’Italia conferiva ad Andrea Bafile (fatto certamente non comune in tempo di pace) la medaglia d’argento al Valor Militare "per aver raggiunto in condizioni veramente pericolose, i maneggi degli allagamenti della S.Barbara prodiera della R. nave "Quarto", durante un gravissimo incendio sviluppatosi su quella R. nave, ed aver dato prove ininterrotte di abnegazione, di coraggio, di resistenza e di serenità, nel non breve periodo di tempo in cui la nave si è trovata in critiche condizioni."

Allo scoppio dell'incendio, Bafile era accorso al primo allarme e con calma aveva impartito gli ordini necessari, infondendo coraggio ai propri marinai. Quindi, resosi conto della difficoltà a raggiungere i maneggi degli allagamenti, aveva scelto di tentare egli stesso l'impresa.

Come riferirà Il Messaggero del 9 ottobre 1913, Bafile si era fatto calare dentro un tubo con grave rischio per la propria vita, aveva raggiunto la santabarbara e con grande freddezza era riuscito ad aprire i tubi di allagamento mentre la nave rischiava di saltare in alto da un momento all'altro.

Nel 1914 Andrea Bafile fu trasferito a Livorno dove curò meticolosamente l’allestimento del Reale Cacciatorpediniere Audace.

Scoppiata la guerra, riprese trentasettenne la vita in mare nel settembre del 1915, prendendo parte a pericolose crociere nel Basso Adriatico al comando della torpediniera Ardea (era stato nominato comandante di torpediniera il 23 settembre 1915).

Il 31 gennaio 1916 il Ministero della Marina autorizzava Andrea Bafile a fregiarsi della Croce d’Oro avendo compiuto 25 anni di servizio militare.

Dal 4 al 18 agosto 1916 comandò uno dei treni armati che difendevano la costa adriatica dalle incursioni navali e aeree nemiche.

Lasciato il servizio per una grave malattia, venne poi assegnato, per circa dieci mesi, allo Stato Maggiore della squadra da battaglia.

Ottenne poi di tornare ad imbarcarsi sulla torpediniera Ardea.

L'11 maggio 1917, come risulta anche da una comunicazione riservata del Ministero della Guerra al Comando in Capo della Squadra da Battaglia, Andrea Bafile chiese ed ottenne di rinunciare alla promozione a capitano di corvetta, preferendo dimostrare il proprio ardimento restando a bordo di navigli leggeri.

Sempre attratto dalle prove di coraggio e di ardimento, conseguì il brevetto di pilota militare, lasciò il comando della sua nave e prese parte alla preparazione dell'impresa di Cattaro guidata dal maggiore Armando Armani e da Gabriele D’Annunzio.

Fu lui a provvedere all'installazione, a bordo dei quattordici grandi trimotori Caproni attrezzati per il volo su terra, degli strumenti per il volo marittimo, le segnalazioni e il salvataggio. Fu lui a dotare gli aerei di fanali Donati, di pistole da segnalazione Very, di razzi illuminanti, di fuochi indicatori Holmes, di salvagenti Kapok e a collare. In particolare, però, egli fece montare su numerosi aerei bussole "a liquido" di tipo navale molto simili a quelle regolamentari usate dalle torpediniere, che avrebbero consentito di compiere il volo cieco (di notte o in proibitive condizioni meteorologiche) a piloti di terra abituati al volo a vista.

Quindi chiese ed ottenne di partecipare come osservatore volontario, a bordo dell'ultimo aereo della formazione (due squadriglie), al bombardamento notturno del 4-5 ottobre 1917 sulla munitissima base navale austriaca delle Bocche di Cattaro, in Dalmazia, nel corso del quale alcuni obiettivi nemici presenti nella baia furono sorpresi e distrutti.

 

 

 

 

Certamente un numero maggiore di velivoli italiani, magari armati con bombe più potenti, avrebbe conseguito risultati maggiori poiché l'ampiezza della base e la dispersione degli obiettivi rese impossibile concentrare il fuoco su ciascun bersaglio.

Tuttavia, sebbene modesta nei risultati materiali, l'impresa di Cattaro resta una delle imprese più famose della guerra aerea, avendo dimostrato le nuove potenzialità offensive a grande distanza della nostra aeronautica militare.

Il contributo tecnico di Andrea Bafile si era rivelato prezioso per il successo dell'operazione, poiché le bussole e le stelle furono pressochè le uniche guide nell'audace volo notturno di andata e ritorno.

Nella sua relazione al Comando Superiore Navale di Brindisi del 14 ottobre, piena di osservazioni tecniche sul volo compiuto e di notazioni utili per il futuro, il marinaio Andrea Bafile (già reimbarcato sulla torpediniera Ardea) conclude rendendo omaggio agli uomini della nostra aeronautica :"Degni di ammirazione per l'ardimento sereno e gioviale gli aviatori delle Squadriglie 1a bis e 15a bis, i quali attingono una ferrea forza d'animo ed una incrollabile fede nella vittoria, dai successi ottenuti, e dalla parola e dal magnifico esempio di Gabriele D'Annunzio."

La partecipazione all'impresa gli fruttò sia l'incontro e l’ammirazione fraterna del conterraneo D’Annunzio, sia ( come a tutti gli altri ufficiali e sottufficiali coinvolti) l’onorificenza della Medaglia di Bronzo al Valor Militare così motivata: "Su apparecchi terrestri, percorrendo un lungo tratto di mare aperto, in condizioni avverse, riuscirono a raggiungere le Bocche di Cattaro ed a colpire con grande esattezza ed efficacia gli obiettivi navali, ritornando tutti alla base, malgrado le deviazioni inevitabili nella crescente foschia. Bocche di Cattaro, 4-5 Ottobre 1917".

L’astuccio contente la medaglia di bronzo e il relativo brevetto verranno consegnati alla famiglia dal Comando marittimo di Napoli solo il 23 aprile 1918.

Purtroppo da questa spedizione Andrea Bafile non trasse solo onori, ma anche una grave lesione alla cornea dell’occhio sinistro, tanto che alla fine di ottobre fu mandato in licenza per cure. Aveva già 39 anni.

 Durante la sua convalescenza aquilana, Bafile scrisse a D'Annunzio : "Caro D'Annunzio, l'Abruzzo, al quale ho portato i tuoi saluti, ti ringrazia e ti esprime la sua ammirazione pel magnifico esempio di virtù militare che dai agli italiani. Ti prego di gradire i miei saluti devoti e cordiali ed i miei ringraziamenti per ciò che hai fatto per me. Ti prego anche di ricordarmi a tutti i tuoi compagni della spedizione d'oltremare."

Ma intanto, con lo sfondamento di Caporetto, la guerra prendeva una brutta piega mettendo a durissima prova la volontà di resistenza italiana.

Non appena apprese le prime notizie della disfatta, il convalescente Bafile si recò a Roma per chiedere di essere riammesso in servizio, con l’esplicito obiettivo di essere destinato al fronte. La Marina si era infatti assunta praticamente la difesa di Venezia, schierando i suoi battaglioni di marinai sotto il comando del capitano di vascello Dentice di Fasso.

Partì quindi nuovamente, dicendo ai suoi : "Un uomo d’onore in questi momenti deve fare più del suo dovere." (Cfr. Antonio Giordani, Il Reggimento San Marco – Memorie).

Le sue richieste furono esaudite solo in parte, in quanto venne inviato a Venezia (Porto Lignano) come ufficiale di Stato Maggiore presso il comando delle Forze Armate di Marina operanti sul fronte terrestre.

In quei giorni scrisse alla madre : "Non essere in pensiero, stai tranquilla…è il mio dovere di cittadino e di soldato che voglio fare fino in fondo. Sono sicuro che tutto andrà bene e che la nostra cara Italia non dovrà sentire a lungo l’onta di avere in casa il nemico." (Cfr. Antonio Giordani, Il Reggimento San Marco – Memorie).

Nonostante la sua avversione per la vita sedentaria d’ufficio, priva delle forti emozioni da lui tanto bramate, egli svolse i suoi compiti con ammirevole dedizione, tanto da trascurare le necessarie cure per l’occhio ferito.

La sua indole non era però adatta all’inattività e per questo, dopo molte insistenze, riuscì dal 12 novembre 1917 a far parte del Reggimento di fanti di marina.

Il corpo dei fanti di marina era stato istituito da Vittorio Emanuele II nel 1861 e si era già distinto nella Terza guerra d'indipendenza, in Eritrea, in Cina e in Libia. Nel novembre 1917 la resistenza italiana si stava affermando sul Piave. I marinai della difesa marittima di Grado e Monfalcone, dopo aver tratto in salvo tutto il materiale loro affidato, furono inquadrati in un battaglione e dislocati alle foci del Piave, nella regione acquitrinosa ed inondata per costituirvi una salda barriera all’invasione nemica. Quei marinai, non abituati a combattere per terra, subito vi si adattarono, e, con l'intraprendente e forte spirito marino, costituirono una formidabile difesa, che appoggiata dalle artiglierie navali della Marina e dalla natura del terreno, riuscì a fermare il nemico. In seguito altri analoghi battaglioni furono rapidamente costituiti. Così nacque il Reggimento fucilieri "Marina", composto da marinai, prelevati anche in parte dagli equipaggi delle navi, e che fino al termine della guerra combatté a fianco delle truppe dell’Esercito, pagando un prezzo di 384 caduti, 19 mutilati e 753 feriti, pari a un terzo dell'intera forza. Nel 1919 il Reggimento "Marina" sarà denominato S.Marco, assumendo come simbolo il leone alato in oro caratteristico di Venezia.

Dalla trincea di Cortellazzo, nostra importante testa di ponte sul Piave, scriveva ancora alla madre e al padre : "Spero di poter compiere intero il mio dovere in ogni circostanza. Ho ambito il comando di una Compagnia, come l’incarico di maggior soddisfazione che un Ufficiale possa avere in guerra, perché sentivo di poter assolvere il mio compito. Sono lieto di essere stato accontentato. La truppa che mi è stata affidata mi rende sicuro di poter ottenere ottimi risultati.(…) Tirano dalla mattina alla sera e spesso anche di notte, ma sento che questa attività mi fa bene. Ieri sono andato a riconoscere la linea nemica e sono rimasto sempre più entusiasta. (…) Mi sono perfettamente adattato a vivere in trincea, come se ci fossi sempre stato. La guerra ci prova questa nostra straordinaria facoltà di adattamento, di cui prima non eravamo consapevoli : ci rende superiori a tutte quelle miserie, cui prima davamo tanta importanza, e ci renderà più forti, più seri, più audaci. Riposo pochissimo e godo spettacoli indimenticabili. Ho momenti di calma e di serenità da farmi pensare che il furore della guerra sia come sospeso, per un mistero di contemplazione. Le granate non ci fanno più paura. Conto nel valore dei miei Marinai che ora sono sicuro di tenere in pugno. Stai dunque tranquilla, cara mamma; aspettami e prega per me. (…) Dai bollettini di guerra, in cui si parla di noi, potrai apprendere, caro papà, il posto dove ci troviamo, ma dove speriamo di non rimanere a lungo, perché i nostri desideri vanno molto al di là." (Cfr. Antonio Giordani, Il Reggimento San Marco – Memorie).

Successivamente - nonostante la sua lesione alla cornea - riuscì ad ottenere il comando del prestigioso battaglione di marinai Monfalcone, con i cui uomini contribuì alla difesa di Venezia nel tratto di trincee e di paludi del basso Piave a lui affidato. Trincee nelle quali si saldò la fraternità d’armi tra le truppe di terra e di mare.

Il futuro reggimento San Marco era articolato su tre battaglioni che avevano preso i nomi delle località che dovevano difendere : Monfalcone, Grado e Caorle.

 

In occasione del Natale 1917 Gabriele D’Annunzio scrisse questo biglietto ad Andrea Bafile: "Mio carissimo Compagno, trovo i tuoi auguri; e mi pare che mi giungano dal fondo della nostra terra d’Abruzzi, con la melodia della "ciaramella", al cuore che duole. Sono molto desideroso di rivederti. Vuoi venire a colazione qui domattina a mezzogiorno e mezzo? Di te parliamo spesso, a San Pelagio, con i superstiti di Cattaro. Io non resterò qui se non domani. Spero che tu possa venire. Ti abbraccio. Il tuo Gabriele D’Annunzio."

Il 2 marzo 1918 Andrea Bafile – sostituendo il comandante Pietro Starita gravemente ammalato - assunse quasi quarantenne la direzione interinale del famoso battaglione d’assalto Caorle (marinai arditi), partecipando alla preparazione di un’offensiva mirante a una rettifica del fronte italiano oltre il Piave, con il chiaro scopo di sventare la minaccia di un’invasione di Venezia da parte austriaca.

Come scrive Monsignor Antonio Giordani (cappellano militare nella zona della foce del Piave) nel libro "Il Reggimento San Marco - Memorie", dedicato alla vera e propria epopea dei nostri battaglioni di fanti di marina, il Caorle avrebbe dovuto attraversare il Piave per creare un diversivo per altre consistenti forze da sbarco italiane che si andavano ammassando sul fronte, oppure creare una testa di ponte al di là del fiume.

Al fronte, mentre eccita efficacemente i suoi uomini all’ardimento, Andrea Bafile riprende stretti contatti con Gabriele D'Annunzio, come attestano molti biglietti, come il seguente : "Mio carissimo Andrea, sono desolato. Non posso venire stamani a colazione da te. Perdonami. (…) Mi chiamano al Comando. Un saluto fraterno a te e ai tuoi ammirabili marinai. "E sul monte e nello stagno / son qual fui falcon grifagno. Il tuo Gabriele D'Annunzio."