L’EPISODIO DELLA
MORTE
I preparativi per
l’imminente offensiva italiana non erano sfuggiti al nemico, il quale aveva
preso ad esplorare le nostre retrovie con aerei e palloni, e a martellare le
nostre linee con un intenso fuoco di disturbo che fece numerose perdite, tra cui
alcuni ufficiali.
Anche l’esercito italiano
aveva compiuto ricognizioni aeree, ma Andrea Bafile reputò che, data l’alta
vegetazione, alcune opere di difesa potevano essere sfuggite alla vista,
rivelandosi micidiali al momento dell’azione.
Per questo decise di
prendere con sé quattro arditi e di assumersi il rischio di andare
personalmente ad esplorare oltre le linee e da distanza ravvicinata il
dispositivo nemico, su un terreno ostile ben sorvegliato e illuminato di notte
da razzi bengala.
Al termine di questa
missione di esplorazione, nella notte fra il 10 e l’11 marzo 1918, avvenne il
sacrificio di Andrea Bafile.

La ricostruzione
dell’evento più ricca di particolari è quella resa venti anni dopo, il 30
aprile 1938, dall’ex portaordini pugliese Giovanni Anaclerio, che aveva preso
parte della terribile spedizione.
Riportiamo qui di seguito
le sue parole: " Il mattino del 10
marzo 1918, verso le ore 6, il Comandante mi dette ordine di preparare il pieno
assetto per andare a Cortellazzo. Egli era ilare al punto di sfidarmi a saltare
l’argine della Cavetta, cosa che riuscì agevole ad entrambi. Quando tutto fu
pronto, compreso l’astuccio delle carte della nostra zona, avendo fatto io
notare che per la lunghezza del tragitto sarebbe stato comodo servirsi di uno
dei muli disponibili, ebbe ad esclamarmi: Noi siamo ed abbiamo garretti di ferro
per cui benissimo possiamo andare a piedi; un mulo può portare quattro proietti
d’artiglieria o munizioni .
Partimmo
così dai bagnetti di Cava Zuccherina dopo aver salutato tutti gli Ufficiali e
lungo il cammino il Comandante vivace ed allegro, parlava dell’offensiva che
si sarebbe scatenata l’indomani. Volle visitare
Alla
batteria Bordigione si fermò a conferire con quel Comandante sugli attacchi del
16 Novembre 1917 quando 13 unità nemiche tentarono di forzare le foci del Piave
per occupare Cortellazzo, cozzando vanamente contro quell’eroica batteria ed
infine fugate dall’intervento improvviso dei MAS di Ciano.
Premeva
però il suo progetto di attraversare il Piave per violare le linee nemiche. Il
Comandante Bordigioni trovò alcune obbiezioni al progetto, si salutarono
cordialmente e raggiungemmo le prime posizioni nelle quali il Comandante volle
salutare tutti gli Ufficiali ed in special modo il genero di D’Annunzio,
Tenente di Vascello Mondinarelle. Al comando del Battaglione di protezione
incontrò il Comandante Del Greco e poscia al comando del Battaglione "Monfalcone"
il Comandante Colombo. Era mezzogiorno e dietro ordine mi recai dal Capitano
Federico Gallucci perché ci prevedesse da mangiare.
Dopo
qualche boccone in fretta, raggiungemmo
Dietro
invito del Comandante di Stato Maggiore della Marina furono stese a terra le
carte e su esse furono dati chiarimenti circa l’offensiva dell’11.
Il
Comandante ebbe a dire: Ammiraglio, io sarò di là dal fiume ancor prima che
cinquemila uomini traversino il Piave al fine di osservare le posizioni del
nemico. Molti dei presenti obbiettarono che quella rappresentava un’impresa
dalla quale non si ritorna, Egli rispose che per
Vi
fu un coro di auguri e di " in bocca al lupo "; ricordo benissimo che
il Comandante Pellegrini volle fotografarci insieme. Un Ufficiale ceco rivelò
la parola d’ordine austriaca. La nostra parola d’ordine fu fissata "
Gaeta-Gabriele". […]
Non
fu proprio facile ottenere i tre uomini perché il Battaglione era disposto per
l’offensiva; essi furono il Baldo, il Bertagna e l’Esposito. Riuniti, avemmo
per Sua bocca le istruzioni circa la ricognizione arditissima, intesa a
conoscere con esattezza le forze e la dislocazione del nemico specialmente nelle
sue batterie, le quali formavano l’obbiettivo principale, carezzando Egli
l’idea di un estremo tentativo contro alcune di esse. Ci armammo quindi di
tubi di gelatina, di bombe a mano, pugnale e moschetto.
Dopo
aver impartito tutti gli ordini e sorvegliatane l’esecuzione, il Comandante mi
prese sotto il braccio costringendomi alla sua destra e mi condusse in disparte
sotto un albero dove mi strappò il giuramento che se fossimo caduti in
un’imboscata senza uscita, con un colpo di pugnale al cuore per entrambi,
avrebbe dovuto evitarci di cadere vivi nelle mani del nemico.
Di
ritorno al Comando con vari Ufficiali, fra cui il Capitano Cecconi della II
Compagnia sulla linea di protezione, furono presi accordi circa l’orario di
uscita per
Finalmente
giunse l’ora di salpare, ci domandò ancora una volta il nostro assentimento e
noi gridammo "presenti", elevando un "Evviva il Re!". Con
molti saluti ed auguri ci imbarcammo alle 21, vogatore il Bertagna; superata la
chiusa della Cavetta entrammo nel Piave che traversammo felicemente deviando un
po’ sulla destra.
Scendemmo
fra i canneti; appena a terra il Comandante s’inginocchiò religiosamente a
baciare le zolle e presane un pugno rivolse a noi le parole del suo sentimento: Arditi,
questo è sacro suolo d’Italia, noi tutti concorreremo a riconquistarlo.
Carponi,
tagliando cavalli di Frisia e bassi reticolati fra il fieno, scoprendo molte
bocche da lupo, raggiungemmo Revedoli. Un pezzo di carta attaccata al muro attirò
la nostra attenzione; era un bollettino militare nemico, che il Comandante piegò
per conservarlo.
Ritornammo
sulla sponda nei cui pressi stemmo appostati, l’Esposito, che non dovevamo più
vedere, ed io, in due bocche del terreno. Il Comandante con Baldo e Bertagna si
allontanò per ritornare dopo circa mezz’ora; insieme allora prendemmo la
direzione dell’osservatorio situata fra le batterie di Ca’ de’Ossi e di
Ca’Finanzia per poi piegare su una di esse e tentare il gran colpo.
Eravamo
a buon punto quando alle nostre spalle, vicinissime, risuonarono delle voci; la
nostra emozione fu violenta, il Comandante col suo mirabile sangue freddo ci
spinse verso un mucchio di fieno sotto il quale ci nascondemmo. Era una
pattuglia nemica che passò senza vederci, ma non si allontanò di molto perché
giungeva sino a noi un parlare fioco.
Ormai
la nostra strada era tagliata, avevamo sì individuata bene la posizione di
entrambe le batterie, ma la nostra missione necessariamente doveva finire lì.
-
Non state ad allarmarvi – Egli ci sussurrò – per
Se
non eravamo stati visti dalla pattuglia il nemico però già conosceva la nostra
presenza nei paraggi, difatti subito si levò un razzo luminoso, segnale
d’allarme.
Forse
aveva scoperto l’Esposito, forse aveva avuto altri segni. Fummo costretti al
ritiro che effettuammo allungando la strada per portarci a seguire la rive sotto
la protezione dei canneti.
Fu
un cammino lungo e difficile essendo costretti a procedere carponi e sempre alle
prese con i reticolati mentre molti razzi luminosi salivano al cielo e raffiche
di mitragliatrici radevano il fiume. Anche l’artiglieria si dette a battere il
corso del Piave.
Sul
posto dov’eravamo sbarcati ci ritrovammo in una morsa, eppure il Comandante
volle eseguire personali ricerche di Esposito, ricerche vane.
Ritrovammo
la nostra zemola che l’aurora cominciava a colorire il cielo appena lasciata
la riva; essendo ormai allo scoperto, fummo presi di mira da un fuoco
indemoniato di tutte le armi: dal fucile, dal cannone e dalle mitragliatrici i
colpi ci piovevano intorno. La zemola non superò bene la corrente e fu
trascinata al sud, nonostante Bertagna facesse immensi sforzi per raggiungere
subito la riva nostra. Di lì a poco egli fu ferito ed il suo posto lo presi io.
Poco
ancora e avremmo accostato a riva, quando la mortale pallottola colpì
all’inguine l’amatissimo.
Approdati
che fummo Egli ordinò che fosse prima provveduto a sbarcare con cura Bertagna,
dopo essersi assicurato di noi. Fu così che me lo caricai sulle spalle e lo
portai al Pronto Soccorso.
Il
dott. Candiani appena ebbe guardato la ferita mise in opera ogni suo mezzo
contro di essa, mentre Egli insisteva per Bertagna. Subito giunse il Comandante
Dentice di Frasso che voleva interrogarlo, ma per il suo stato il medico vi si
oppose. Egli però parlò di quello che ora sapeva e rammentò il pugno di terra
consacrata da tanto sangue.
Con
un motoscafo, per
Lo
coprii con un mantello da bersagliere; chiese se c’era il medico, ma seppe
essere presente solo l’infermiera.
Allora
mi rivolse ancora la parola: Anaclerio vedi! Questa medaglina è ricordo di
mamma mia, ti raccomando di baciarla e darle le medaglina. Passa pure da
Gabriele d’Annunzio e recagli l’ultimo saluto ed un bacio del suo vecchio
amico.
Quindi
mi allacciò il collo con un bacio, ringraziandomi di non so quale dovere avessi
superato per lui ed in quella posizione subito dopo rese a Dio ed alla Patria la
sua bella anima di eroe.

Avvolta
la bara in una grande bandiera tricolore, con un motoscafo prima e di qui in un
affusto di cannone fu trasportata la salma al cimitero dei marinai a Ca’Gamba.
Fecero corona moltissimi Ufficiali con il Comandante di Stato Maggiore Taen di
Ravel ed il Generale Ceccherini.
Celebrò
l’ufficio religioso e
Discesa
che fu la bara nell’avello io ebbi l’onore di darle la prima terra.
Fui
chiamato da parte dal Comandante della Brigata Ammiraglio Molé il quale volle
conoscere ogni particolare sulla ricognizione eseguita ed il quale mi condusse
subito in motoscafo a Venezia a quel Comandante della Piazzaforte Ammiraglio
Marzoli. Questi, dopo avermi ascoltato, mi ordinò di recarmi immediatamente così
come ero, infangato ed intriso di sangue, a campo S.Maurizio dove il
Poeta-Soldato mi venne a rilevare a bordo unitamente a Costanzo Ciano e Luigi
Rizzi.
Anche
qui raccontai per filo e per segno l’andamento della missione; dopo di che
D’Annunzio mi affidò un plico per la madre dell’Eroe e baciandomi mi dette
segno di sé con un autografo così concepito: A Giovanni Anaclerio con molta
riconoscenza. Gabriele D’Annunzio."
Il messaggio di
condoglianze di Gabriele D'Annunzio alla famiglia di Andrea Bafile è il
seguente : "IO HO QUEL CHE HO
DONATO. Affido una parola a questo eroico marinaio che ha ricevuto l'estremo
saluto di quel Santo. Tutta la nostra gente è oggi illuminata dalla sua gloria.
Viva sempre l'Italia! Gabriele D'Annunzio."
Da notare che Gabriele
D’Annunzio chiamerà sempre Andrea Bafile " mio compaesano" o
"mio fratello d’Abruzzo" e ne ricorderà il sacrificio in numerosi
discorsi. Talvolta si rivolgerà anche ad Ubaldo Bafile chiamandolo "Mio
caro fratello (poiché fui fratello di Andrea)".
Forse in considerazione
delle osservazioni raccolte da Bafile e dai suoi compagni, o forse per
intervenute esigenze superiori, l’azione fissata per il giorno seguente fu
sospesa e gran parte delle artiglierie campali furono trasportate d’urgenza in
altro settore del fronte. (Cfr. Antonio Giordani, Il Reggimento San Marco – Memorie).

La famiglia del caduto fu
prontamente informata dell'infausto evento dapprima attraverso un telegramma al
Sindaco dell’Aquila e poi tramite una lettera indirizzata al fratello il 13
marzo 1918; queste le parole, toccanti, commoventi ed allo stesso tempo cariche
di rispetto, scritte dal Capitano di Vascello Revel:
"Gentilissimo
Signore, la notte dal 10 all'11 corrente, in una ricognizione ardita, ideata a
condotta personalmente da Lui - in compagnia di solo quattro fidi marinai - il
Tenente di Vascello Bafile Andrea, che comandava uno dei battaglioni Marinai sul
Basso Piave, trovava una morte che è ad un tempo uno strazio per Noi, che lo
amavamo come un fratello, una perdita per
A
Lei, alla famiglia tutta in questo angoscioso momento è rivolto il pensiero dei
suoi superiori, dei compagni, dei subordinati, i quali tutti piangono un
compagno, poiché nella sublime Sua devozione al dovere visse come morì da
grande.
Il
Marinaio che le consegnerà la presente, che fu col caro Estinto fino all'ultimo
momento, Le dirà a viva voce con la semplicità dell'animo del marinaio come
suo fratello seppe morire.
Alla
sventura che ha colpito
Il 12 marzo la famiglia
dell'Eroe, a sua volta, rendeva pubblico il seguente annuncio di morte :
"Nella
notte sull’11 marzo, sul Basso Piave, colpito a morte, cadeva il Tenente di
Vascello
CAV. ANDREA BAFILE
coronando
col martirio la sua vita di sacrificio e di eroismo, che tutta dedicò alla
Patria, alla Marina italiana e alla Famiglia, con fede immutabile, con
entusiasmo sincero, con la semplicità di un fanciullo.
Ne
danno il triste annuncio i genitori: Vincenzo Bafile e Maddalena Tedeschini
d’Annibale; i fratelli: Enrico, con la moglie Elisa Ferreri, Ubaldo, Umberto,
Giorgio, Mario e Corradino; le sorelle: Pia, col marito Roberto Lolli, e Bianca;
gli zii, i nipotini ed i parenti tutti.
Aquila,
12 marzo 1918.
Non
s’inviano partecipazioni personali. Si dispensa dalle visite."
Nell’ultima lettera alla
famiglia, inviata il giorno prima di cadere, Andrea Bafile aveva scritto :
"Viviamo una vita di guerra sempre
più intensa. Faremo subito qualche cosa. Se non potessi scrivere a lungo, per
qualche giorno, non state in pensiero. Cercherò mandarvi delle cartoline e
presto una buona notizia."
Era arrivata invece la
ferale notizia della morte, prontamente divulgata anche dalla stampa.
Il quotidiano "
"E’
morto il tenente di vascello Bafile, il comandante d’uno dei battaglioni di
Marina che da quattro mesi tengono magnificamente la linea del Basso Piave. E’
caduto al di là dei nostri avamposti, al termine d’una di quelle avventurose
esplorazioni dentro le linee avversarie che esigono un’estrema freddezza di
mente e di nervi, un coraggio a tutta prova, una accortezza felina. Il
comandante Bafile era di quegli uomini di guerra che vogliono rendersi conto
personalmente di ciò che hanno di fronte. Aveva un’anima d’acciaio, fredda,
inflessibile, dritta come la lama d’una spada. I suoi occhi chiari non davano
luci di commozione : guardavano lontano, come fossero sempre fissi verso uno
scopo da raggiungere. Parlava poco e parlava basso, con frasi precise come
formule matematiche. Nell’azione era instancabile, nel lavoro era insonne,
sotto il fuoco era al primo posto. Dopo Caporetto nessuno l’ha mai visto
ridere, nemmeno agli scherzi più rumorosi. S’era temprato al rischio.
Nell’Egeo, durante la guerra italo-turca, s’era volontariamente calato nei
depositi di nafta del "Quarto" invasi dall’incendio e, dirigendone
personalmente l’estinzione, aveva salvato l’esploratore. Nei primi mesi
della guerra aveva battuto l’Adriatico sul naviglio silurante. Aveva comandato
uno di quei treni armati lungo il nostro litorale che hanno fatto passare la
voglia alle squadre austro ungariche di venire a tirare qualche cannonata contro
le città indifese della costa italiana. Aveva comandato come pilota marittimo
come capo degli osservatori la nostra grande spedizione aerea contro Cattaro,
nell’ottobre scorso. Aveva partecipato a tutte le nostre incursioni
d’idrovolanti su Durazzo e la sponda albanese occupata dall’avversario.
Figlio
dell’Abruzzo, appassionato come lui d’ogni ardimento nell’aria e sul mare,
era divenuto più che compagno d’arme, un fratello per Gabriele D’Annunzio.
Poi, quando anche l’Italia ebbe organizzati i primi reparti di fanteria
marina, Andrea Bafile sognò d’avere ai propri ordini un nucleo di compagni e
di marinai da condurre in trincea; ed ottenne il comando d’un battaglione
glorioso, un battaglione che nei giorni critici della resistenza sul Piave e
della difesa di Venezia costituì il cardine incrollabile del nostro appoggio
sul mare. Considerò la sua carica come un onore per rendersi degno del quale
nessuna fatica, nessun sacrificio dovessero essere risparmiati.
E
ieri sera partì, con pochi uomini, dalle nostre estreme trincee, per compiere
un’importante e rischiosissima ricognizione sul territorio occupato dal
nemico. Varcò reticolati, discese sulla riva del Piave, s’imbarcò a bordo
d’un sàndalo fragile, traversò il fiume, sbarcò sulla riva nemica irta di
ferro spinato e di mitragliere appostate, scomparve tra le canne col suo animoso
drappello. Appena mise il piede sulla sponda sabbiosa, s’inginocchiò,
raccolse un pugno di terra, la baciò, e disse sommesso agli uomini che
l’accompagnavano: E’ terra nostra, che bisogna riconquistare. E’ santa.
E si cacciò in tasca la sabbia baciata, fra lo stupore dei marinai che l’avevan
sempre veduto impassibile ed avevano forse giudicato freddezza d’animo quella
sua austerità. Si rialzò.
Eseguì
con la sua lucida, serena freddezza abituale l’esplorazione che s’era
prefisso. Si rese conto di tutte le ridotte avversarie, ne osservò il
dislocamento delle forze.
Dopo
un’ora di attento sgusciare tra le linee austriache, diresse per il ritorno,
quando s’accorse che uno dei suoi uomini si era allontanato da lui e s’era
smarrito nella notte. Allora si mise a ricercarlo. Non lo voleva a nessun costo
abbandonare sul terreno occupato dal nemico. Né ebbe pace finché non riuscì a
rintracciarlo…
Troppo
tardi. Le loro ombre girovaganti pei canneti erano state scoperte
Gli
ungheresi di pattuglia e di sentinella dettero l’allarme. Le mitragliatrici
crepitarono. Le granate a mano costellarono le rive del fiume di vividi lampi,
di esplosioni fragorose. Sotto il fuoco nemico, Andrea Bafile e i suoi uomini
tranquillamente s’imbarcarono di nuovo sulla zémola leggera, riattraversarono
la foce del Piave, accostarono alla nostra sponda. Il drappello esploratore era
riuscito ad agguantare la riva e già stava per rientrare nelle nostre linee,
quando una pallottola colpì al fianco il comandante Bafile che cadde riverso,
la fronte all’avversario. Spirò poco dopo, accennando al medico che lo
svestiva, con sorriso pacato, il pugnello di terra rimasto nella tasca della sua
giubba… Fu uno dei pochi sorrisi della sua vita. E fu l’ultimo.
Verrà
sepolto nel piccolo cimitero lagunare, accanto al tenente di vascello Mario De
Benedetti che cadde nella fortunosa e fortunata giornata del 19 dicembre, in cui
gli austro-ungheresi vennero definitivamente allontanati dal caposaldo di
Cortellazzo. Il sole veneziano ed il vento salmastro già mettono un sorriso di
primavera in quel recinto protetto da piccoli pini piantati di fresco; quel
recinto dove dormono coloro che offersero la giovinezza alla santità di
Venezia."
Il 31 marzo il giornale La
Fiaccola parlerà di Bafile definendolo ufficiale
di mare caduto nella guerra di terra.



Per ordine del suo Comando,
il marinaio Giovanni Anaclerio si recò prontamente ad Aquila per consegnare
alla famiglia il messaggio di D’Annunzio e gli oggetti che Andrea Bafile aveva
con sé, tra i quali la medaglietta della Madonna del Rosario di Pompei
donatagli dalla madre quando era diciottenne. Egli narrò inoltre minutamente le
circostanze del mortale ferimento del Comandante, di cui era stato testimone
oculare. Raccontò in particolare che durante il viaggio in motoscafo, mentre le
condizioni del ferito si aggravavano, lui disse di cercare nel suo portafoglio
la medaglietta e di mettergliela al collo, con l’incarico di recarla a sua
madre, dopo la morte che si avvicinava. La madre ricevette la medaglietta con
commozione e fino alla sua morte (avvenuta nel 1927) la tenne appesa al collo.
Ancora nel febbraio 1925
l’Anaclerio riceverà in dono da alcuni ufficiali di Marina dell’Accademia
Navale di Livorno un orologio d’oro recante all’interno la dedica "A
Giovanni Anaclerio i compagni di Andrea Bafile", con questa lettera di
accompagnamento : "L’affetto che
lega i compagni alla memoria del Comandante Bafile non poteva dimenticare di
esprimere la sua gratitudine al porta ordini che lo assistette fino all’ultimo
momento, e che dimostrò la sua devozione e la sua fedeltà anche negli anni che
seguirono al 1918."
Il 20 marzo 1918 Vincenzo
Bafile, padre di Andrea, scrisse al Sindaco dell’Aquila Vincenzo Speranza la
seguente lettera di ringraziamento : "
Il 24 marzo 1918 il Capo di
Stato Maggiore Thaon di Revel, ritenendo che tutti avessero qualcosa da imparare
da quell’esempio eroico, con un gesto assolutamente nuovo e rimasto unico,
segnalò a tutte le Autorità Militari l’avvenuta morte di Andrea Bafile,
mediante il seguente comunicato :
"La
notte tra il 10 e l’11 marzo il Comandante BAFILE ANDREA, nell’eseguire
importante ed ardita ricognizione nelle linee nemiche cadeva mortalmente ferito
sacrificando la sua esistenza per
Nel
portare a conoscenza di tutte le Autorità l’eroica fine del Comandante
Bafile, sono orgoglioso di additare a tutti il Suo nobile e valoroso contegno,
perché sia a bordo di R. Nave che si trovava in critiche condizioni
d’incendio, sia in Comando di Silurante nel Mare Adriatico, sia quale
osservatore volontario nella spedizione aerea su Cattaro ed infine quale
Comandante di Battaglione al fronte, Egli fu, sempre e dovunque a tutti
magnifico e luminoso esempio di patriottismo e di virtù militare."
Nell'aprile 1918 Gabriele
D'Annunzio donerà alla madre di Andrea Bafile una copia del volume La
beffa di Buccari edito dai fratelli Treves di Milano e posto in vendita
al prezzo di 3 lire allo scopo dichiarato di realizzare un cippo in pietra e
bronzo dedicato alla memoria del Comandante nell’umile e disadorno cimitero
provvisorio dei marinai di Ca' Gamba.
Durante un discorso tenuto
nell’agosto 1918 dopo il volo su Vienna, D’Annunzio disse : "La
mia piaga non si può né chiudere né alleviare. Penso che a Ca’ Gamba dorme
un mio fratello d’Abruzzo; il quale dal giorno scuro non aveva potuto più
sorridere e non sorrise se non quando si sentì morire."

Il 9 dicembre 1918
D'Annunzio scriverà la seguente lettera alla madre di Bafile : "Mia
cara Signora, il nostro Umberto [fratello dell'eroe]
è venuto a vedermi; e abbiamo passato qualche ora fraterna parlando di colui
che già i compagni chiamano "il Santo". Egli è andato laggiù, a Ca'
Gamba, nel cimitero solitario. Le dirà le ragioni ideali che consigliano di
traslare la salma gloriosa da quella riva all'isola di San Michele, dove oggi
siamo andati a misurare il suolo ove sorgerà il monumento funebre. Io stesso
curerò l'esumazione e la traslazione, religiosamente. Sia in pace, cara Signora
e amica. Tutto sarà fatto col più alto e costante fervore. Mi ricordi a Ubaldo
e a tutti i Suoi. Le bacio le mani."
L’11 marzo 1919 il
"poeta-soldato" inviò il seguente messaggio al Congresso Nazionale
pro Fiume e Dalmazia Italiana : "Oggi
è l’anniversario della morte sublime di un asso, il più amato fratello mio,
di uno dei più puri eroi della nostra guerra; di Andrea Bafile, uno di quelli
che, prima di offrire la vita, si comunicò con la terra, si comunicò con tutta
la terra adriatica. L’esser rimasto io qui coi due grandi morti silenziosi,
invece di venire in mezzo alla folla commossa, è dimostrazione più eloquente
di ogni parola. Andrea Bafile e Francesco Baracca sarebbero oggi pronti a
rimorire con Francesco Rismondo per la libertà e la bellezza di Spalato."
Riportiamo qui di seguito
uno scritto di Gabriele D'Annunzio del 1922 :
"Io
ebbi un esemplare compagno della mia stirpe, nato in una insigne città degli
Abruzzi che fu nominata imperialmente dall'Aquila. L'ebbi nella mia vita di
aviatore e di marinaio, ma oggi l'ho tuttora nel cimitero dei marinai a Ca'
Gamba e l'avrò domani all'ombra di Collemaggio e l'avrò per sempre nel mio
sacrario interno le cui chiavi non potranno mai essere rinvenute da alcuno.
Si
chiamava Andrea Bafile. Nel trigesimo dell'impresa di Buccari, il dì 11 marzo
1918, sul Basso Piave, mi dedicò la sua morte sublime.
Questo
eroe sobrio e taciturno non fu più veduto sorridere dopo la sciagura di
Caporetto. Pareva che il suo dolore virile gli avesse reciso intorno alle labbra
tutti i muscoli gioiosi e gli avesse rifatto le strette labbra simili a una
cicatrice che per chiudersi non aspettasse se non il gelido suggello.
Quando
l'avevo veduto sorridere per l'ultima volta? Laggiù, nella Puglia piana, nel
campo destinato alla mia dipartita per le Bocche di Cattaro, in quella Gioia del
Colle che io rinominai Gioia della Vittoria. Vidi il suo ultimo sorriso di
fratello minore e fratello maggiore, quando gli diedi il carico di regolare sul
campo le bussole dei miei apparecchi e quando per premio lo iscrissi in uno dei
miei equipaggi preparati al viaggio senza ritorno.
Ritornò
con me. Tutti ritornammo. La pietra del nostro monumento la ritrovammo rotolata.
(…)
Viventi e ardenti ritornammo e ripartimmo. Per dove ripartimmo?
Ripartimmo
verso il Piave che ciascuno di noi a un tratto credette sentire in sé più vivo
che la sua propria carotide e che qualunque altra sua arteria pulsante. (…)
Andrea
Bafile non fu più veduto sorridere, neppure da me, neppure quando gli versai la
coppa dell'amicizia e gli profetai l'alta vendetta.
Ma
per lui non sorrise la morte? Non si dice che tal volta la morte sorrida
riconoscendosi divinamente bella nel volto dell'eroe? Non ella sorrise davanti
alla perfezione di quella fine senza parole?
Prima
di spirare, l'eroe pensò a me lontano e mi invocò. La sublime cicatrice delle
sue labbra fu socchiusa dal mio nome, quasi senza soffio.
Se
pur la morte non sorrise, mia madre sorrise.
Per
vedermi disegnato da quella cicatrice sommessa anche in sogno, darei tutte le
trombe della Fama e quelle del Giudizio Finale. Mi viene in odio ogni clangore,
mi viene in odio ogni clamore.
Il
mio capezzale s'impietra, e la mia vita si fascia di gelo."
(Il suggello e la cicatrice, da Per l'Italia degli Italiani, pp. 35 e sgg.)
L'11 marzo 1923 Gabriele
D'Annunzio da Venezia invia a Ubaldo Bafile il seguente telegramma : "Nel
giorno del sacro anniversario il mio fedele amore è inginocchiato sul sepolcro
di Ca' Gamba e il mio pensiero viene verso la vecchia casa d'Abruzzo."