L’EPISODIO DELLA MORTE

I preparativi per l’imminente offensiva italiana non erano sfuggiti al nemico, il quale aveva preso ad esplorare le nostre retrovie con aerei e palloni, e a martellare le nostre linee con un intenso fuoco di disturbo che fece numerose perdite, tra cui alcuni ufficiali.

Anche l’esercito italiano aveva compiuto ricognizioni aeree, ma Andrea Bafile reputò che, data l’alta vegetazione, alcune opere di difesa potevano essere sfuggite alla vista, rivelandosi micidiali al momento dell’azione.

Per questo decise di prendere con sé quattro arditi e di assumersi il rischio di andare personalmente ad esplorare oltre le linee e da distanza ravvicinata il dispositivo nemico, su un terreno ostile ben sorvegliato e illuminato di notte da razzi bengala.

Al termine di questa missione di esplorazione, nella notte fra il 10 e l’11 marzo 1918, avvenne il sacrificio di Andrea Bafile.

 

 

La ricostruzione dell’evento più ricca di particolari è quella resa venti anni dopo, il 30 aprile 1938, dall’ex portaordini pugliese Giovanni Anaclerio, che aveva preso parte della terribile spedizione.

Riportiamo qui di seguito le sue parole: " Il mattino del 10 marzo 1918, verso le ore 6, il Comandante mi dette ordine di preparare il pieno assetto per andare a Cortellazzo. Egli era ilare al punto di sfidarmi a saltare l’argine della Cavetta, cosa che riuscì agevole ad entrambi. Quando tutto fu pronto, compreso l’astuccio delle carte della nostra zona, avendo fatto io notare che per la lunghezza del tragitto sarebbe stato comodo servirsi di uno dei muli disponibili, ebbe ad esclamarmi: Noi siamo ed abbiamo garretti di ferro per cui benissimo possiamo andare a piedi; un mulo può portare quattro proietti d’artiglieria o munizioni .

Partimmo così dai bagnetti di Cava Zuccherina dopo aver salutato tutti gli Ufficiali e lungo il cammino il Comandante vivace ed allegro, parlava dell’offensiva che si sarebbe scatenata l’indomani. Volle visitare la Batteria Paoletti con il cui Comandante si intrattenne alquanto, poscia riprendemmo il cammino. Osservava con attenzione la zona circostante rispondendo a qualche mia domanda; fu così che appresi come avesse guadagnato una Medaglia d’argento il 1913 per la sua opera svolta a bordo dell’incrociatore "Quarto" durante un incendio e l’altra nella meravigliosa impresa del volo da Gioia de Colle a Cattaro in qualità di primo pilota della squadriglia D’Annunzio.

Alla batteria Bordigione si fermò a conferire con quel Comandante sugli attacchi del 16 Novembre 1917 quando 13 unità nemiche tentarono di forzare le foci del Piave per occupare Cortellazzo, cozzando vanamente contro quell’eroica batteria ed infine fugate dall’intervento improvviso dei MAS di Ciano.

Premeva però il suo progetto di attraversare il Piave per violare le linee nemiche. Il Comandante Bordigioni trovò alcune obbiezioni al progetto, si salutarono cordialmente e raggiungemmo le prime posizioni nelle quali il Comandante volle salutare tutti gli Ufficiali ed in special modo il genero di D’Annunzio, Tenente di Vascello Mondinarelle. Al comando del Battaglione di protezione incontrò il Comandante Del Greco e poscia al comando del Battaglione "Monfalcone" il Comandante Colombo. Era mezzogiorno e dietro ordine mi recai dal Capitano Federico Gallucci perché ci prevedesse da mangiare.

Dopo qualche boccone in fretta, raggiungemmo la Casa Sostegna , posto pericolosissimo ma dominante con i suoi ruderi su ampia distesa del fiume. A lungo Egli osservò col suo cannocchiale Rovedoli verso le batterie nemiche a Ca’ d’Ossi e della Finanza. Fummo raggiunti dal Comandante Dentice di Frasso e subito dopo dall’Ammiraglio Taen di Revel con il suo aiutante Pellegrini, dal Generale Sante Ceccherini col suo Stato Maggiore, da vari Ufficiali del I Granatieri con il Comandante dell’81° Fanteria.

Dietro invito del Comandante di Stato Maggiore della Marina furono stese a terra le carte e su esse furono dati chiarimenti circa l’offensiva dell’11.

Il Comandante ebbe a dire: Ammiraglio, io sarò di là dal fiume ancor prima che cinquemila uomini traversino il Piave al fine di osservare le posizioni del nemico. Molti dei presenti obbiettarono che quella rappresentava un’impresa dalla quale non si ritorna, Egli rispose che per la Patria la morte è nulla. L’Ammiraglio Taen di Revel, il Generale Ceccherini ed il Comandante Del Greco sconsigliarono ancora la ricognizione ma Egli, presentandomi, s’impose con queste parole: Andrò con il mio porta ordini e con altri tre soli uomini .

Vi fu un coro di auguri e di " in bocca al lupo "; ricordo benissimo che il Comandante Pellegrini volle fotografarci insieme. Un Ufficiale ceco rivelò la parola d’ordine austriaca. La nostra parola d’ordine fu fissata " Gaeta-Gabriele". […]

Non fu proprio facile ottenere i tre uomini perché il Battaglione era disposto per l’offensiva; essi furono il Baldo, il Bertagna e l’Esposito. Riuniti, avemmo per Sua bocca le istruzioni circa la ricognizione arditissima, intesa a conoscere con esattezza le forze e la dislocazione del nemico specialmente nelle sue batterie, le quali formavano l’obbiettivo principale, carezzando Egli l’idea di un estremo tentativo contro alcune di esse. Ci armammo quindi di tubi di gelatina, di bombe a mano, pugnale e moschetto.

Dopo aver impartito tutti gli ordini e sorvegliatane l’esecuzione, il Comandante mi prese sotto il braccio costringendomi alla sua destra e mi condusse in disparte sotto un albero dove mi strappò il giuramento che se fossimo caduti in un’imboscata senza uscita, con un colpo di pugnale al cuore per entrambi, avrebbe dovuto evitarci di cadere vivi nelle mani del nemico.

Di ritorno al Comando con vari Ufficiali, fra cui il Capitano Cecconi della II Compagnia sulla linea di protezione, furono presi accordi circa l’orario di uscita per la Cavetta nel Piave; il valoroso Cecconi manifestò il suo vivo desiderio di essere dei nostri. Il Comandante Del Greco sino all’ultimo momento sconsigliò la missione ritenendola un sacrificio inutile; era tale la sua avversione convinta che il Comandante quasi ne ebbe risentimento.

Finalmente giunse l’ora di salpare, ci domandò ancora una volta il nostro assentimento e noi gridammo "presenti", elevando un "Evviva il Re!". Con molti saluti ed auguri ci imbarcammo alle 21, vogatore il Bertagna; superata la chiusa della Cavetta entrammo nel Piave che traversammo felicemente deviando un po’ sulla destra.

Scendemmo fra i canneti; appena a terra il Comandante s’inginocchiò religiosamente a baciare le zolle e presane un pugno rivolse a noi le parole del suo sentimento: Arditi, questo è sacro suolo d’Italia, noi tutti concorreremo a riconquistarlo.

Carponi, tagliando cavalli di Frisia e bassi reticolati fra il fieno, scoprendo molte bocche da lupo, raggiungemmo Revedoli. Un pezzo di carta attaccata al muro attirò la nostra attenzione; era un bollettino militare nemico, che il Comandante piegò per conservarlo.

Ritornammo sulla sponda nei cui pressi stemmo appostati, l’Esposito, che non dovevamo più vedere, ed io, in due bocche del terreno. Il Comandante con Baldo e Bertagna si allontanò per ritornare dopo circa mezz’ora; insieme allora prendemmo la direzione dell’osservatorio situata fra le batterie di Ca’ de’Ossi e di Ca’Finanzia per poi piegare su una di esse e tentare il gran colpo.

Eravamo a buon punto quando alle nostre spalle, vicinissime, risuonarono delle voci; la nostra emozione fu violenta, il Comandante col suo mirabile sangue freddo ci spinse verso un mucchio di fieno sotto il quale ci nascondemmo. Era una pattuglia nemica che passò senza vederci, ma non si allontanò di molto perché giungeva sino a noi un parlare fioco.

Ormai la nostra strada era tagliata, avevamo sì individuata bene la posizione di entrambe le batterie, ma la nostra missione necessariamente doveva finire lì.

- Non state ad allarmarvi – Egli ci sussurrò – per la Patria siamo qui di fronte alla morte -.

Se non eravamo stati visti dalla pattuglia il nemico però già conosceva la nostra presenza nei paraggi, difatti subito si levò un razzo luminoso, segnale d’allarme.

Forse aveva scoperto l’Esposito, forse aveva avuto altri segni. Fummo costretti al ritiro che effettuammo allungando la strada per portarci a seguire la rive sotto la protezione dei canneti.

Fu un cammino lungo e difficile essendo costretti a procedere carponi e sempre alle prese con i reticolati mentre molti razzi luminosi salivano al cielo e raffiche di mitragliatrici radevano il fiume. Anche l’artiglieria si dette a battere il corso del Piave.

Sul posto dov’eravamo sbarcati ci ritrovammo in una morsa, eppure il Comandante volle eseguire personali ricerche di Esposito, ricerche vane.

Ritrovammo la nostra zemola che l’aurora cominciava a colorire il cielo appena lasciata la riva; essendo ormai allo scoperto, fummo presi di mira da un fuoco indemoniato di tutte le armi: dal fucile, dal cannone e dalle mitragliatrici i colpi ci piovevano intorno. La zemola non superò bene la corrente e fu trascinata al sud, nonostante Bertagna facesse immensi sforzi per raggiungere subito la riva nostra. Di lì a poco egli fu ferito ed il suo posto lo presi io.

Poco ancora e avremmo accostato a riva, quando la mortale pallottola colpì all’inguine l’amatissimo.

Approdati che fummo Egli ordinò che fosse prima provveduto a sbarcare con cura Bertagna, dopo essersi assicurato di noi. Fu così che me lo caricai sulle spalle e lo portai al Pronto Soccorso.

Il dott. Candiani appena ebbe guardato la ferita mise in opera ogni suo mezzo contro di essa, mentre Egli insisteva per Bertagna. Subito giunse il Comandante Dentice di Frasso che voleva interrogarlo, ma per il suo stato il medico vi si oppose. Egli però parlò di quello che ora sapeva e rammentò il pugno di terra consacrata da tanto sangue.

Con un motoscafo, per la Cavetta , lo recammo all’ospedale di Ca’Silicia. Quivi, rivolgendosi a me, Egli disse: Anaclerio fa freddo, mi sento bagnato.

Lo coprii con un mantello da bersagliere; chiese se c’era il medico, ma seppe essere presente solo l’infermiera.

Allora mi rivolse ancora la parola: Anaclerio vedi! Questa medaglina è ricordo di mamma mia, ti raccomando di baciarla e darle le medaglina. Passa pure da Gabriele d’Annunzio e recagli l’ultimo saluto ed un bacio del suo vecchio amico.

Quindi mi allacciò il collo con un bacio, ringraziandomi di non so quale dovere avessi superato per lui ed in quella posizione subito dopo rese a Dio ed alla Patria la sua bella anima di eroe.

 

 

Avvolta la bara in una grande bandiera tricolore, con un motoscafo prima e di qui in un affusto di cannone fu trasportata la salma al cimitero dei marinai a Ca’Gamba. Fecero corona moltissimi Ufficiali con il Comandante di Stato Maggiore Taen di Ravel ed il Generale Ceccherini.

Celebrò l’ufficio religioso e la Messa il Tenente Colonnello Giordano, sacerdote del reggimento.

Discesa che fu la bara nell’avello io ebbi l’onore di darle la prima terra.

Fui chiamato da parte dal Comandante della Brigata Ammiraglio Molé il quale volle conoscere ogni particolare sulla ricognizione eseguita ed il quale mi condusse subito in motoscafo a Venezia a quel Comandante della Piazzaforte Ammiraglio Marzoli. Questi, dopo avermi ascoltato, mi ordinò di recarmi immediatamente così come ero, infangato ed intriso di sangue, a campo S.Maurizio dove il Poeta-Soldato mi venne a rilevare a bordo unitamente a Costanzo Ciano e Luigi Rizzi.

Anche qui raccontai per filo e per segno l’andamento della missione; dopo di che D’Annunzio mi affidò un plico per la madre dell’Eroe e baciandomi mi dette segno di sé con un autografo così concepito: A Giovanni Anaclerio con molta riconoscenza. Gabriele D’Annunzio."

Il messaggio di condoglianze di Gabriele D'Annunzio alla famiglia di Andrea Bafile è il seguente : "IO HO QUEL CHE HO DONATO. Affido una parola a questo eroico marinaio che ha ricevuto l'estremo saluto di quel Santo. Tutta la nostra gente è oggi illuminata dalla sua gloria. Viva sempre l'Italia! Gabriele D'Annunzio."

Da notare che Gabriele D’Annunzio chiamerà sempre Andrea Bafile " mio compaesano" o "mio fratello d’Abruzzo" e ne ricorderà il sacrificio in numerosi discorsi. Talvolta si rivolgerà anche ad Ubaldo Bafile chiamandolo "Mio caro fratello (poiché fui fratello di Andrea)".

Forse in considerazione delle osservazioni raccolte da Bafile e dai suoi compagni, o forse per intervenute esigenze superiori, l’azione fissata per il giorno seguente fu sospesa e gran parte delle artiglierie campali furono trasportate d’urgenza in altro settore del fronte. (Cfr. Antonio Giordani, Il Reggimento San Marco – Memorie).

 

 

La famiglia del caduto fu prontamente informata dell'infausto evento dapprima attraverso un telegramma al Sindaco dell’Aquila e poi tramite una lettera indirizzata al fratello il 13 marzo 1918; queste le parole, toccanti, commoventi ed allo stesso tempo cariche di rispetto, scritte dal Capitano di Vascello Revel:

"Gentilissimo Signore, la notte dal 10 all'11 corrente, in una ricognizione ardita, ideata a condotta personalmente da Lui - in compagnia di solo quattro fidi marinai - il Tenente di Vascello Bafile Andrea, che comandava uno dei battaglioni Marinai sul Basso Piave, trovava una morte che è ad un tempo uno strazio per Noi, che lo amavamo come un fratello, una perdita per la Marina Italiana , un orgoglio per tutti.

A Lei, alla famiglia tutta in questo angoscioso momento è rivolto il pensiero dei suoi superiori, dei compagni, dei subordinati, i quali tutti piangono un compagno, poiché nella sublime Sua devozione al dovere visse come morì da grande.

Il Marinaio che le consegnerà la presente, che fu col caro Estinto fino all'ultimo momento, Le dirà a viva voce con la semplicità dell'animo del marinaio come suo fratello seppe morire.

Alla sventura che ha colpito la Loro famiglia sia di conforto il pensiero che Noi tutti orgogliosi del compagno scomparso versiamo lacrime e fiori sulla Sua tomba. Con animo commosso porgo alla famiglia le più sincere condoglianze."

Il 12 marzo la famiglia dell'Eroe, a sua volta, rendeva pubblico il seguente annuncio di morte :

"Nella notte sull’11 marzo, sul Basso Piave, colpito a morte, cadeva il Tenente di Vascello

                                               CAV. ANDREA BAFILE

coronando col martirio la sua vita di sacrificio e di eroismo, che tutta dedicò alla Patria, alla Marina italiana e alla Famiglia, con fede immutabile, con entusiasmo sincero, con la semplicità di un fanciullo.

Ne danno il triste annuncio i genitori: Vincenzo Bafile e Maddalena Tedeschini d’Annibale; i fratelli: Enrico, con la moglie Elisa Ferreri, Ubaldo, Umberto, Giorgio, Mario e Corradino; le sorelle: Pia, col marito Roberto Lolli, e Bianca; gli zii, i nipotini ed i parenti tutti.

Aquila, 12 marzo 1918.

Non s’inviano partecipazioni personali. Si dispensa dalle visite."

Nell’ultima lettera alla famiglia, inviata il giorno prima di cadere, Andrea Bafile aveva scritto : "Viviamo una vita di guerra sempre più intensa. Faremo subito qualche cosa. Se non potessi scrivere a lungo, per qualche giorno, non state in pensiero. Cercherò mandarvi delle cartoline e presto una buona notizia."

Era arrivata invece la ferale notizia della morte, prontamente divulgata anche dalla stampa.

Il quotidiano " La Tribuna " di Roma di venerdì 15 marzo 1918 e la "Gazzetta del Popolo" di qualche giorno dopo, pubblicano due articoli pressochè identici, scritti dal medesimo inviato (Maffio Maffi) :

"E’ morto il tenente di vascello Bafile, il comandante d’uno dei battaglioni di Marina che da quattro mesi tengono magnificamente la linea del Basso Piave. E’ caduto al di là dei nostri avamposti, al termine d’una di quelle avventurose esplorazioni dentro le linee avversarie che esigono un’estrema freddezza di mente e di nervi, un coraggio a tutta prova, una accortezza felina. Il comandante Bafile era di quegli uomini di guerra che vogliono rendersi conto personalmente di ciò che hanno di fronte. Aveva un’anima d’acciaio, fredda, inflessibile, dritta come la lama d’una spada. I suoi occhi chiari non davano luci di commozione : guardavano lontano, come fossero sempre fissi verso uno scopo da raggiungere. Parlava poco e parlava basso, con frasi precise come formule matematiche. Nell’azione era instancabile, nel lavoro era insonne, sotto il fuoco era al primo posto. Dopo Caporetto nessuno l’ha mai visto ridere, nemmeno agli scherzi più rumorosi. S’era temprato al rischio. Nell’Egeo, durante la guerra italo-turca, s’era volontariamente calato nei depositi di nafta del "Quarto" invasi dall’incendio e, dirigendone personalmente l’estinzione, aveva salvato l’esploratore. Nei primi mesi della guerra aveva battuto l’Adriatico sul naviglio silurante. Aveva comandato uno di quei treni armati lungo il nostro litorale che hanno fatto passare la voglia alle squadre austro ungariche di venire a tirare qualche cannonata contro le città indifese della costa italiana. Aveva comandato come pilota marittimo come capo degli osservatori la nostra grande spedizione aerea contro Cattaro, nell’ottobre scorso. Aveva partecipato a tutte le nostre incursioni d’idrovolanti su Durazzo e la sponda albanese occupata dall’avversario.

Figlio dell’Abruzzo, appassionato come lui d’ogni ardimento nell’aria e sul mare, era divenuto più che compagno d’arme, un fratello per Gabriele D’Annunzio. Poi, quando anche l’Italia ebbe organizzati i primi reparti di fanteria marina, Andrea Bafile sognò d’avere ai propri ordini un nucleo di compagni e di marinai da condurre in trincea; ed ottenne il comando d’un battaglione glorioso, un battaglione che nei giorni critici della resistenza sul Piave e della difesa di Venezia costituì il cardine incrollabile del nostro appoggio sul mare. Considerò la sua carica come un onore per rendersi degno del quale nessuna fatica, nessun sacrificio dovessero essere risparmiati.

E ieri sera partì, con pochi uomini, dalle nostre estreme trincee, per compiere un’importante e rischiosissima ricognizione sul territorio occupato dal nemico. Varcò reticolati, discese sulla riva del Piave, s’imbarcò a bordo d’un sàndalo fragile, traversò il fiume, sbarcò sulla riva nemica irta di ferro spinato e di mitragliere appostate, scomparve tra le canne col suo animoso drappello. Appena mise il piede sulla sponda sabbiosa, s’inginocchiò, raccolse un pugno di terra, la baciò, e disse sommesso agli uomini che l’accompagnavano: E’ terra nostra, che bisogna riconquistare. E’ santa. E si cacciò in tasca la sabbia baciata, fra lo stupore dei marinai che l’avevan sempre veduto impassibile ed avevano forse giudicato freddezza d’animo quella sua austerità. Si rialzò.

Eseguì con la sua lucida, serena freddezza abituale l’esplorazione che s’era prefisso. Si rese conto di tutte le ridotte avversarie, ne osservò il dislocamento delle forze.

Dopo un’ora di attento sgusciare tra le linee austriache, diresse per il ritorno, quando s’accorse che uno dei suoi uomini si era allontanato da lui e s’era smarrito nella notte. Allora si mise a ricercarlo. Non lo voleva a nessun costo abbandonare sul terreno occupato dal nemico. Né ebbe pace finché non riuscì a rintracciarlo…

Troppo tardi. Le loro ombre girovaganti pei canneti erano state scoperte

Gli ungheresi di pattuglia e di sentinella dettero l’allarme. Le mitragliatrici crepitarono. Le granate a mano costellarono le rive del fiume di vividi lampi, di esplosioni fragorose. Sotto il fuoco nemico, Andrea Bafile e i suoi uomini tranquillamente s’imbarcarono di nuovo sulla zémola leggera, riattraversarono la foce del Piave, accostarono alla nostra sponda. Il drappello esploratore era riuscito ad agguantare la riva e già stava per rientrare nelle nostre linee, quando una pallottola colpì al fianco il comandante Bafile che cadde riverso, la fronte all’avversario. Spirò poco dopo, accennando al medico che lo svestiva, con sorriso pacato, il pugnello di terra rimasto nella tasca della sua giubba… Fu uno dei pochi sorrisi della sua vita. E fu l’ultimo.

Verrà sepolto nel piccolo cimitero lagunare, accanto al tenente di vascello Mario De Benedetti che cadde nella fortunosa e fortunata giornata del 19 dicembre, in cui gli austro-ungheresi vennero definitivamente allontanati dal caposaldo di Cortellazzo. Il sole veneziano ed il vento salmastro già mettono un sorriso di primavera in quel recinto protetto da piccoli pini piantati di fresco; quel recinto dove dormono coloro che offersero la giovinezza alla santità di Venezia."

Il 31 marzo il giornale La Fiaccola parlerà di Bafile definendolo ufficiale di mare caduto nella guerra di terra.

 

 

 

 

Per ordine del suo Comando, il marinaio Giovanni Anaclerio si recò prontamente ad Aquila per consegnare alla famiglia il messaggio di D’Annunzio e gli oggetti che Andrea Bafile aveva con sé, tra i quali la medaglietta della Madonna del Rosario di Pompei donatagli dalla madre quando era diciottenne. Egli narrò inoltre minutamente le circostanze del mortale ferimento del Comandante, di cui era stato testimone oculare. Raccontò in particolare che durante il viaggio in motoscafo, mentre le condizioni del ferito si aggravavano, lui disse di cercare nel suo portafoglio la medaglietta e di mettergliela al collo, con l’incarico di recarla a sua madre, dopo la morte che si avvicinava. La madre ricevette la medaglietta con commozione e fino alla sua morte (avvenuta nel 1927) la tenne appesa al collo.

Ancora nel febbraio 1925 l’Anaclerio riceverà in dono da alcuni ufficiali di Marina dell’Accademia Navale di Livorno un orologio d’oro recante all’interno la dedica "A Giovanni Anaclerio i compagni di Andrea Bafile", con questa lettera di accompagnamento : "L’affetto che lega i compagni alla memoria del Comandante Bafile non poteva dimenticare di esprimere la sua gratitudine al porta ordini che lo assistette fino all’ultimo momento, e che dimostrò la sua devozione e la sua fedeltà anche negli anni che seguirono al 1918."

 

Il 20 marzo 1918 Vincenzo Bafile, padre di Andrea, scrisse al Sindaco dell’Aquila Vincenzo Speranza la seguente lettera di ringraziamento : " La Sua partecipazione al nostro lutto, che in più modi e con grande cortesia ci ha manifestata, ci ha commossi e confortati. Mio figlio Andrea amava L’Aquila come un fanciullo ama la madre; e, quantunque fosse quasi sempre lontano, aveva conservato pel focolare domestico, per la Città sua, il più grande attaccamento. E vagheggiava il desiderio di tornarvi, definitivamente. Il martirio della morte gloriosa ha illuminato tutto l’eroismo silenzioso della sua vita. La prego di accettare l’espressione della mia immutabile riconoscenza e della più grande stima."

Il 24 marzo 1918 il Capo di Stato Maggiore Thaon di Revel, ritenendo che tutti avessero qualcosa da imparare da quell’esempio eroico, con un gesto assolutamente nuovo e rimasto unico, segnalò a tutte le Autorità Militari l’avvenuta morte di Andrea Bafile, mediante il seguente comunicato :

"La notte tra il 10 e l’11 marzo il Comandante BAFILE ANDREA, nell’eseguire importante ed ardita ricognizione nelle linee nemiche cadeva mortalmente ferito sacrificando la sua esistenza per la Patria.

Nel portare a conoscenza di tutte le Autorità l’eroica fine del Comandante Bafile, sono orgoglioso di additare a tutti il Suo nobile e valoroso contegno, perché sia a bordo di R. Nave che si trovava in critiche condizioni d’incendio, sia in Comando di Silurante nel Mare Adriatico, sia quale osservatore volontario nella spedizione aerea su Cattaro ed infine quale Comandante di Battaglione al fronte, Egli fu, sempre e dovunque a tutti magnifico e luminoso esempio di patriottismo e di virtù militare."

Nell'aprile 1918 Gabriele D'Annunzio donerà alla madre di Andrea Bafile una copia del volume La beffa di Buccari edito dai fratelli Treves di Milano e posto in vendita al prezzo di 3 lire allo scopo dichiarato di realizzare un cippo in pietra e bronzo dedicato alla memoria del Comandante nell’umile e disadorno cimitero provvisorio dei marinai di Ca' Gamba.

Durante un discorso tenuto nell’agosto 1918 dopo il volo su Vienna, D’Annunzio disse : "La mia piaga non si può né chiudere né alleviare. Penso che a Ca’ Gamba dorme un mio fratello d’Abruzzo; il quale dal giorno scuro non aveva potuto più sorridere e non sorrise se non quando si sentì morire."

 

 

Il 9 dicembre 1918 D'Annunzio scriverà la seguente lettera alla madre di Bafile : "Mia cara Signora, il nostro Umberto [fratello dell'eroe] è venuto a vedermi; e abbiamo passato qualche ora fraterna parlando di colui che già i compagni chiamano "il Santo". Egli è andato laggiù, a Ca' Gamba, nel cimitero solitario. Le dirà le ragioni ideali che consigliano di traslare la salma gloriosa da quella riva all'isola di San Michele, dove oggi siamo andati a misurare il suolo ove sorgerà il monumento funebre. Io stesso curerò l'esumazione e la traslazione, religiosamente. Sia in pace, cara Signora e amica. Tutto sarà fatto col più alto e costante fervore. Mi ricordi a Ubaldo e a tutti i Suoi. Le bacio le mani."

L’11 marzo 1919 il "poeta-soldato" inviò il seguente messaggio al Congresso Nazionale pro Fiume e Dalmazia Italiana : "Oggi è l’anniversario della morte sublime di un asso, il più amato fratello mio, di uno dei più puri eroi della nostra guerra; di Andrea Bafile, uno di quelli che, prima di offrire la vita, si comunicò con la terra, si comunicò con tutta la terra adriatica. L’esser rimasto io qui coi due grandi morti silenziosi, invece di venire in mezzo alla folla commossa, è dimostrazione più eloquente di ogni parola. Andrea Bafile e Francesco Baracca sarebbero oggi pronti a rimorire con Francesco Rismondo per la libertà e la bellezza di Spalato."

Riportiamo qui di seguito uno scritto di Gabriele D'Annunzio del 1922 :

"Io ebbi un esemplare compagno della mia stirpe, nato in una insigne città degli Abruzzi che fu nominata imperialmente dall'Aquila. L'ebbi nella mia vita di aviatore e di marinaio, ma oggi l'ho tuttora nel cimitero dei marinai a Ca' Gamba e l'avrò domani all'ombra di Collemaggio e l'avrò per sempre nel mio sacrario interno le cui chiavi non potranno mai essere rinvenute da alcuno.

Si chiamava Andrea Bafile. Nel trigesimo dell'impresa di Buccari, il dì 11 marzo 1918, sul Basso Piave, mi dedicò la sua morte sublime.

Questo eroe sobrio e taciturno non fu più veduto sorridere dopo la sciagura di Caporetto. Pareva che il suo dolore virile gli avesse reciso intorno alle labbra tutti i muscoli gioiosi e gli avesse rifatto le strette labbra simili a una cicatrice che per chiudersi non aspettasse se non il gelido suggello.

Quando l'avevo veduto sorridere per l'ultima volta? Laggiù, nella Puglia piana, nel campo destinato alla mia dipartita per le Bocche di Cattaro, in quella Gioia del Colle che io rinominai Gioia della Vittoria. Vidi il suo ultimo sorriso di fratello minore e fratello maggiore, quando gli diedi il carico di regolare sul campo le bussole dei miei apparecchi e quando per premio lo iscrissi in uno dei miei equipaggi preparati al viaggio senza ritorno.

Ritornò con me. Tutti ritornammo. La pietra del nostro monumento la ritrovammo rotolata. (…) Viventi e ardenti ritornammo e ripartimmo. Per dove ripartimmo?

Ripartimmo verso il Piave che ciascuno di noi a un tratto credette sentire in sé più vivo che la sua propria carotide e che qualunque altra sua arteria pulsante. (…)

Andrea Bafile non fu più veduto sorridere, neppure da me, neppure quando gli versai la coppa dell'amicizia e gli profetai l'alta vendetta.

Ma per lui non sorrise la morte? Non si dice che tal volta la morte sorrida riconoscendosi divinamente bella nel volto dell'eroe? Non ella sorrise davanti alla perfezione di quella fine senza parole?

Prima di spirare, l'eroe pensò a me lontano e mi invocò. La sublime cicatrice delle sue labbra fu socchiusa dal mio nome, quasi senza soffio.

Se pur la morte non sorrise, mia madre sorrise.

Per vedermi disegnato da quella cicatrice sommessa anche in sogno, darei tutte le trombe della Fama e quelle del Giudizio Finale. Mi viene in odio ogni clangore, mi viene in odio ogni clamore.

Il mio capezzale s'impietra, e la mia vita si fascia di gelo."

(Il suggello e la cicatrice, da Per l'Italia degli Italiani, pp. 35 e sgg.)

L'11 marzo 1923 Gabriele D'Annunzio da Venezia invia a Ubaldo Bafile il seguente telegramma : "Nel giorno del sacro anniversario il mio fedele amore è inginocchiato sul sepolcro di Ca' Gamba e il mio pensiero viene verso la vecchia casa d'Abruzzo."